L’
A P U
CON LE FAMIGLIE
PROPRIETARIE DELL’ALLOGGIO IN CUI VIVONO PER:
- CITTÀ
PIÙ VIVIBILI, RICCHE DI SERVIZI ED INFRASTRUTTURE, LIBERATE DAL
TRAFFICO E DALL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO, ATTENTE ALLA COESIONE
E SOLIDARIETÀ SOCIALE;
- CONDOMINI
CON SERVIZI ADEGUATI, REGOLE CHIARE E BUONI RAPPORTI DI VICINATO;
- FABBRICATI
SICURI, RISANATI E CON IMPIANTI EFFICIENTI;
- UN
FISCO EQUO SULLA PRIMA CASA.
PRIMA ASSEMBLEA CONGRESSUALE DELL’APU
DOCUMENTO
POLITICO PROGRAMMATICO
1.
I BISOGNI ABITATIVI NELLA SOCIETÀ ITALIANA
La proprietà
dell’abitazione, quale forma di risposta alla domanda primaria di
casa, è stata ed è fortemente incentivata nel nostro paese:
la casa in proprietà non è appannaggio solo delle famiglie
ricche, ma anche di ceti di reddito meno agiati; di tanti lavoratori dipendenti
e pensionati che, spesso a costo di notevoli sacrifici, hanno indirizzato
i propri risparmi verso l’acquisto della prima casa.
Il movimento dei lavoratori innanzitutto, attraverso la contribuzione
volontaria dell’Ina-casa prima e della Gescal poi, ha dato un contributo
importante all’affermazione del diritto alla casa nel nostro Paese,
permettendo a milioni di lavoratori italiani di risolvere il loro problema
casa attraverso l’affitto o la proprietà diretta della prima
abitazione.
Le politiche governative, che si sono susseguite dal dopoguerra ad oggi,
hanno spinto ulteriormente in questa direzione dando, da un lato, poco
peso all’edilizia sociale ed a forme d’incentivo dell’affitto
e, dall’altro, favorendo l’acquisto della prima casa, con
incentivi fiscali e creditizi e con il riscatto delle case popolari.
Milioni di
famiglie italiane, anche a reddito medio e medio-basso, hanno soddisfatto
il loro bisogno casa attraverso l’acquisto dell’alloggio in
cui vivono: tra questi è forte la presenza delle famiglie che in
tutti questi anni hanno acquisito la proprietà dell’abitazione
attraverso la cooperazione divisa e indivisa, il riscatto e la vendita
degli alloggi pubblici e, più recentemente, la cartolarizzazione
degli alloggi degli enti previdenziali.
Oggi più
dell’80% delle famiglie italiane vivono in case di proprietà,
per effetto delle predette politiche di incentivazione e per l’assenza
di adeguati strumenti di governo del mercato della locazione, che consentano
un significativo contenimento degli affitti: fino a quando l’affitto
di una casa sarà più alto della rata di mutuo necessaria
a comprarla, è evidente che la tendenza all’acquisto della
prima casa resterà alto.
Ferma restando
l’esigenza di una regolazione e di un rilancio del mercato dell’affitto
e, soprattutto, di un forte sviluppo dell’affitto pubblico e sociale,
per soddisfare il diritto alla casa dei tanti che non potranno mai comprarla
(famiglie monoreddito, pensionati, lavoratori precari, immigrati ecc.),
non si può non tener conto dei diritti e dei bisogni espressi dall’utente
proprietario del bene casa.
Questi diritti
e questi bisogni non sono contrapposti, né significativamente diversi,
da quelli espressi dall’utente inquilino.
Essi sono riconducibili ai più generali diritti di cittadinanza
e sono alla base delle nuove domande abitative che, con sempre maggior
forza, si esprimono nel nostro paese: le domande di qualità e sicurezza
dell’abitazione; di qualificazione dei servizi condominiali; di
recupero e risanamento dei quartieri, a partire da quelli periferici;
di funzionalità e adeguatezza dei trasporti e più in generale
dei servizi pubblici; di sviluppo delle infrastrutture e degli standards
urbanistici; di più verde attrezzato e strutture finalizzate all’incontro
ed alla crescita di forme di socializzazione; di riduzione del traffico
e dell’inquinamento acustico, atmosferico ed elettromagnetico.
In una parola bisogni e domande che reclamano una maggiore qualità
edilizia, urbana ed ambientale, per garantire una nuova vivibilità
delle nostre città.
Sempre più
queste domande si accompagnano anche ad una crescente richiesta di partecipazione
e di trasparenza, nei rapporti con le istituzioni e la pubblica amministrazione.
Le famiglie italiane sono stanche di subire scelte edilizie ed urbanistiche,
che condizioneranno il loro futuro e quello de loro figli, senza esserne
informate adeguatamente e, soprattutto, senza essere consultate: reclamano
di partecipare, nelle forme e con gli strumenti democratici più
idonei, alle decisioni legislative e programmatiche che le coinvolgono
direttamente, sia nella loro qualità di utenti di beni e servizi
che di contribuenti.
2. UNA NUOVA DOMANDA DI RAPPRESENTANZA INDIVIDUALE E COLLETTIVA.
Queste nuove
domande abitative e di partecipazione democratica non trovano un’adeguata
risposta nell’attuale panorama delle organizzazioni di rappresentanza
dell’utenza: mancano o sono carenti, nel nostro paese, strutture
associative in grado di assolvere compiutamente a questo ruolo di rappresentanza,
in grado di dar voce a questa utenza.
Le associazioni delle proprietà edilizia, per come si sono storicamente
sviluppate in Italia, hanno privilegiato la difesa del bene casa nella
sua componente di investimento, nel suo essere bene scambiato nel mercato
della compravendita e della locazione.
Questa caratterizzazione le ha portate ad assumere, inevitabilmente ed
a volte ingiustamente, una immagine di associazioni poco attente alla
solidarietà sociale; interessate esclusivamente alla difesa della
massima libertà di azione nel rapporto di locazione ed alla ricerca
del massimo profitto nel mercato dell’affitto e della compravendita.
In una parola queste associazioni privilegiano, nella loro rappresentanza,
più la difesa degli interessi degli immobiliaristi che quella degli
utenti della prima casa.
Eppure sono
tanti i proprietari italiani (milioni di famiglie) che non hanno mai affittato
né venduto la casa di loro proprietà, che in essa hanno
trascorso tutta la loro vita e che lasceranno in eredità ai propri
figli.
Sono tanti i proprietari italiani che hanno venduto la propria casa, non
per “speculare” ma per migliorare la propria condizione abitativa,
attraverso l’acquisto di una casa più idonea alle loro cambiate
esigenze familiari.
Milioni di famiglie italiane, proprietarie dell’alloggio in cui
vivono, quindi, hanno un rapporto esclusivamente d’uso con l’abitazione
e sono interessate, principalmente, alla tutela delle domande di sicurezza
e qualità abitativa prima descritte.
Sono queste famiglie (a partire da chi vive nella casa acquisita in proprietà
attraverso la cooperazione, la vendita delle case popolari e la cartolarizzazione
degli alloggi degli enti previdenziali) che l’APU intende rappresentare,
tutelare ed assistere, nella difesa dei loro interessi e dei loro diritti.
L’APU
vuol divenire, in breve tempo, l’associazione di riferimento, democratica
e progressista, (nel complesso ed articolato mondo dell’associazionismo)
dei proprietari utenti della propria abitazione, con i seguenti scopi
e finalità fondamentali:
- promuovere
nei rapporti condominiali e sociali la cultura della convivenza civile
e della partecipazione, favorendo l’esercizio della tolleranza
e della bonaria composizione delle liti, utilizzando lo strumento della
conciliazione stragiudiziale;
- garantire,
attraverso attività di assistenza, formazione e conciliazione
promosse dall’APU, una maggiore qualità e trasparenza delle
amministrazioni condominiali;
- sviluppare
iniziative ed elaborare proposte per migliorare la fruibilità
dei quartieri, attraverso il potenziamento dei servizi pubblici e la
ricerca di una più alta qualità edilizia, urbana ed ambientale;
- rappresentare
le domande dei proprietari utenti in materia di manutenzione e recupero
edilizio, nonché di sicurezza e qualità dei fabbricati
e degli impianti;
- sollecitare
una riforma della fiscalità immobiliare ed una revisione del
catasto, tale da garantire una maggiore equità del prelievo fiscale
sulla prima casa ed una maggiore semplicità delle procedure di
accertamento e riscossione;
- tutelare
gli interessi dell’utente proprietario, sul versante della conservazione
e qualificazione del patrimonio e di un sostegno nell’acquisto
della prima casa, anche nei confronti dei soggetti che forniscono servizi
di intermediazione e creditizi;
- elaborare,
ricercando l’unità con altre organizzazioni democratiche
dell’utenza, programmi e proposte legislative a tutela degli utenti
e dei consumatori;
- fornire,
direttamente o tramite convenzioni esterne, adeguati servizi ai propri
associati.
3.
IL PROGRAMMA DELL’APU
Queste finalità
fondamentali rappresentano le linee guida ed il riferimento centrale delle
iniziative e del programma politico programmatico dell’APU che di
seguito viene schematicamente illustrato:
3.1 La
qualità e la trasparenza delle amministrazioni condominiali
La qualità
e la trasparenza delle amministrazioni condominiali, quale interesse centrale
dell’APU, non è casuale: le attività condominiali
sono una delle questioni di maggiore rilievo per i proprietari utenti;
intorno al condominio ruotano grandi interessi economici; una buona parte
delle cause civili riguarda liti condominiali; le attività di recupero
edilizio e di riqualificazione urbana, infine, possono svilupparsi ed
essere rilanciate solo attraverso una rivalutazione del ruolo dei condomini.
Eppure, malgrado questo rilievo, la normativa legislativa è rimasta
sostanzialmente quella del Codice Civile del 1942: è necessaria,
quindi, una seria riforma dell’attuale legislazione perché
il ruolo del condominio è, in questi anni, profondamente mutato.
Il condominio
degli anni ’50 e ’60, fondato sulla cultura del “buon
vicinato”, sulla conoscenza reciproca, sulla comune partecipazione
alle decisioni e sulla condivisione si è, col passare degli anni,
fortemente incrinato.
Da un lato l’evoluzione sociale e culturale della società
italiana ha sviluppato tendenze individualistiche e, conseguentemente,
si sono ridotte le occasioni ed i luoghi di socializzazione e di aggregazione
collettiva; dall’altro (e contestualmente) è sempre più
cresciuta la complessità degli edifici in condominio: si è
passati da condomini di piccole dimensioni con pochi servizi comuni da
gestire, a condomini di grandi dimensioni con molti servizi comuni in
gestione (ascensori, riscaldamento, parcheggi e posti auto, verde attrezzato,
etc.).
Parallelamente a questa riduzione del ruolo di “partecipazione e
condivisione” del condominio, sono cresciute le funzioni e le responsabilità
dell’amministratore, che spesso è stato visto non come l’amministratore
fiduciario dei beni comuni, ma come una figura esterna da cui difendersi.
Amministrare
i condomini è diventato, quindi, molto più complesso e questa
complessità si è ulteriormente sviluppata, soprattutto negli
anni più recenti, col progressivo affermarsi di un ruolo civile
e pubblico del condominio.
La legislazione ha affidato ai condomini, ed ai loro amministratori, crescenti
responsabilità sociali e pubbliche. Si pensi, tra l’altro,
alle leggi per: l’eliminazione delle barriere architettoniche, il
risparmio energetico, l’adeguamento degli impianti, i parcheggi,
il recupero e le ristrutturazioni edilizie; per non parlare delle recenti
normative e proposte di legge sulla sicurezza degli edifici e degli impianti
e delle nuove responsabilità delle amministrazioni condominiali,
quali sostituti d’imposta e garanti della sicurezza dei cantieri.
Questo ruolo
civile e pubblico del condominio ha determinato, in estrema sintesi, tre
importanti conseguenze:
- ha reso
complessa la figura dell’amministratore condominiale, che risulta
sempre più un insieme di diversi profili professionali (tecnico,
amministrativo, giuridico, fiscale);
- ha introdotto
nel condominio fattori esterni agli “stretti interessi condominiali”,
ampliando enormemente l’originario ruolo di gestione comunitaria
e partecipata delle parti comuni degli edifici;
- ha esternalizzato,
per così dire, la figura dell’amministratore, contribuendo
al crescere di una estraneità tra amministratore e condòmini.
Questi nuovi
e diversi aspetti del condominio non trovano una equilibrata sintesi nella
attuale normativa: serve una riforma che affermi un nuovo equilibrio tra
vecchi e nuovi compiti (privati e pubblici) affidati al condominio; una
disciplina che non mortifichi nessuna delle sue diverse funzioni e che
rilanci il ruolo di partecipazione dei condòmini, arricchendo con
contenuti innovativi l’attuale legislazione in materia condominiale.
Solo così si può riportare a sintesi unitaria le diverse
disposizioni legislative e dare una risposta equilibrata alle tante fattispecie
di edifici in condominio: quelli di piccole e medie dimensioni, i supercondomini,
i cosiddetti “condomini misti” che diventano sempre più
numerosi, a seguito dei processi di dismissione del patrimonio pubblico.
Si richiamono,
brevemente e per titoli, i punti centrali che dovrebbero essere risolti
da una ragionevole riforma dell’attuale legislazione.
Innanzitutto è necessario definire una chiara e certa personalità
giuridica del condominio, che va messo in condizione di agire come entità
unitaria e autonoma, nel contesto delle relazioni civili, sociali ed economiche,
private e pubbliche.
Occorre poi garantire qualità e trasparenza delle amministrazioni
condominiali, sia nei riguardi dei condòmini che dei soggetti esterni
al condominio: questa qualità e trasparenza va ricercata sia attraverso
una legislazione riformata, che attraverso accordi e regolamenti, concordati
tra le associazioni della proprietà e quelle degli amministratori
immobiliari.
In questo
contesto, appare opportuno aggiornare il ruolo degli amministratori condominiali,
per far fronte ai nuovi compiti pubblici che la moderna legislazione impone
loro.
A tal fine non è necessario, però, ricorrere all’istituzione
di un nuovo albo professionale: questo non solo per rispettare le direttive
della Comunità Europea e l’orientamento contrario espresso
dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ma
anche perché l’attività di amministratore dei moderni
condomini richiede una molteplicità di professionalità difficilmente
assimilabili ad un unico albo.
L’esigenza, condivisa, di assicurare trasparenza, visibilità
e accertati requisiti di professionalità e qualità delle
prestazioni, può essere assolta attraverso l’istituzione
di un Registro Pubblico del Condominio.
Quest’ultimo, però, non dovrà essere un albo professionale
camuffato, né assumere caratteristiche di preclusiva obbligatorietà
in contrasto con i principi della libera concorrenza e del libero accesso
alle professioni. Esso, inoltre, si dovrà realizzare attraverso
forme snelle e non costose (autocertificazione, registrazione on-line,
etc.) per non scoraggiare, in particolare, l’assunzione di responsabilità
amministrative dirette da parte dei condomini, che al contrario vanno
incoraggiate valorizzando il ruolo del consiglio di condominio.
A fronte
di questo maggior potere di decisione autonoma dell’amministratore,
la nuova legislazione deve fornire garanzie e certezze all’utente
proprietario, prevedendo, ad esempio, regole di pubblicità delle
decisioni e modelli predefiniti di bilancio preventivo e consuntivo, ma
soprattutto riconoscendo e normando il ruolo di rappresentanza e tutela
svolto dalle associazioni dei proprietari immobiliari.
Questo ruolo
di rappresentanza va, inoltre, riconosciuto e ampliato anche per promuovere
una cultura ed una politica della convivenza civile; per fare dei condomini
il primo luogo di recupero di socialità, solidarietà ed
aggregazione civica ed umana, di cui le nostre città hanno tanto
bisogno: è questo un altro aspetto rilevante di una riforma legislativa
che faccia assolvere ai condomini un ruolo importante nei processi di
riqualificazione, edilizia urbana ed ambientale, delle nostre città.
3.2 La casa e la riqualificazione della città
L’APU
conferma quindi, anche per le esigenze predette, la scelta di voler essere
parte attiva nei processi di trasformazione delle città, in quanto
organizzazione che rappresenta un soggetto fondamentale che vive e dà
identità alle nostre città.
Sempre più la trasformazione urbana e delle città è
dettata, non di rado in modo spontaneo ed incontrollato, dai processi
di riorganizzazione dell’economia e dei servizi e, spesso, dagli
interessi speculativi della rendita immobiliare, trascurando la voce e
le esigenze dei cittadini residenti.
I cittadini
devono tornare ad essere il centro, invece, di una rinnovata cultura urbana,
capace di intrecciare modernità e tradizione, e garantire una riorganizzazione
funzionale delle città, attenta alle esigenze di vivibilità
e fruibilità espresse dalla cittadinanza.
La funzione
residenziale deve avere, quindi, considerazione centrale nel riassetto
dei sistemi urbani, in quanto rappresenta un valore strategico, che umanizza
e caratterizza l’identità degli spazi urbani.
Occorre, dunque, partire dall’analisi e dalla conoscenza articolata
delle domande e dei bisogni espressi dai residenti, proprietari diretti
ed inquilini, ed orientare i processi di trasformazione urbana in funzione
di questi interessi.
La vivibilità
delle nostre città, in particolare delle grandi città e
delle aree metropolitane, sempre più strette nella morsa della
congestione, dell’inquinamento, del degrado e degli squilibri funzionali
tra le aree centrali, quelle periferiche ed i comuni limitrofi, risulta
sempre più compromessa.
La riqualificazione dei sistemi urbani rappresenta, quindi, una scelta
di civiltà non più rinviabile, e deve fondarsi, innanzitutto,
su un forte impegno contro lo spreco, il sottoutilizzo del patrimonio
e l’uso improprio delle risorse urbane: spreco di territorio, edilizio,
energetico; spreco, più in generale, di energia umana. Questo spreco
può essere combattuto, sondando tutte le potenzialità del
patrimonio edilizio esistente.
Un patrimonio che oggi risulta fortemente inutilizzato e non rispondente
alle caratteristiche dell’attuale domanda abitativa espressa dagli
anziani, dai singles, dalle giovani coppie, dai separati, dalle famiglie
in coabitazione forzosa, dagli immigrati.
E’
necessario ed urgente avviare una nuova qualificata pianificazione degli
assetti urbani, attenta ad un uso ottimale degli spazi e del patrimonio
esistente. La città più che crescere deve riorganizzarsi,
recuperando il patrimonio esistente attraverso operazioni di riuso, ristrutturazione
e risanamento delle aree degradate, sia centrali che periferiche, a partire
dai grandi agglomerati che vede convivere, spesso in termini caotici e
non integrati, l’edilizia privata con quella pubblica e cooperativa.
Il recupero
edilizio ed il risanamento urbano, soprattutto nei quartieri periferici
e degradati, costruiti nelle aree interessate dai piani di zona ex 167
(vere e proprie città nelle città) si scontra, però,
con alcune peculiari caratteristiche sociali ed economiche di queste realtà.
Il primo dato peculiare con il quale confrontarsi è la presenza
di una diffusa proprietà utente, espressione prevalente di famiglie
già assegnatarie di una casa popolare, poi riscattata o acquisita
in proprietà e di famiglie che hanno acquisito la proprietà
dell’alloggio attraverso la cooperazione, divisa o indivisa.
Queste famiglie, spesso anziane e quasi sempre detentrici di redditi medi
e bassi, non sono in grado di partecipare positivamente ai necessari interventi
di recupero, ristrutturazione e risanamento, in quanto non in grado di
sopportarne gli alti costi.
Ciò produce, di fatto, o il blocco delle programmate attività
di risanamento o processi speculativi, tesi ad emarginare i ceti medio-bassi
e ad incentivare processi di terziarizzazione, con la conseguente espulsione
degli strati sociali più deboli.
La tutela di questi soggetti deve essere, quindi, forte e và concretamente
attuata attraverso misure legislative e programmatorie che garantiscano
il rientro negli alloggi delle famiglie preesistenti agli interventi.
La proprietà utente (soprattutto la più povera) và
messa in condizione di partecipare positivamente alla definizione ed attuazione
dei programmi di recupero, attraverso l’erogazione di contributi
a fondo perduto, nonché agevolazioni fiscali e creditizie.
Il secondo
dato peculiare da considerare è dato dalla diffusione, in questi
quartieri, dei condomini misti (pubblico-privati) conseguenti alla presenza,
nella gran parte degli edifici, di assegnatari di edilizia pubblica e
proprietari ex assegnatari. Anche questo elemento può complicare
ulteriormente la concreta realizzazione degli interventi di recupero,
se non si approvano normative legislative e regolamentari, in grado di
dare maggiore funzionalità e nuovi poteri a queste assemblee condominiali
atipiche.
I contratti
di quartiere, anche alla luce delle esperienze in corso, possono essere
lo strumento operativo centrale per realizzare interventi integrati (che
vedano la compartecipazione di soggetti pubblici e privati) di recupero
e risanamento del patrimonio, a partire da quello pubblico, che coinvolgano
positivamente l’utenza e avviino la riqualificazione funzionale,
edilizia ed urbana di queste aree di grande degrado e abbandono.
Riqualificazione necessaria e non differibile, anche per riappropriarsi
di queste aree che spesso sono diventate, per l’assenza di infrastrutture
e servizi pubblici e lo scollegamento dai gangli vitali delle città,
quartieri dormitori abbandonati a sé stessi, fortemente influenzati
(quando non occupati) dalla malavita organizzata e da forme diffuse di
devianza, violenza e microconflittualità.
Individuare
nel recupero edilizio ed in una riqualificazione urbana attenta alle esigenze
di risparmio energetico e di compatibilità ecologica ed ambientale,
l’asse centrale su cui costruire lo sviluppo dell’edilizia
residenziale, non significa, comunque, escludere – in modo schematico
ed idelogico – la nuova edificazione, ma costruire un’armonia
tra quest’ultima ed il recupero edilizio, all’interno di un
piano globale che assuma come obiettivo centrale, lo sviluppo di una residenzialità
equilibrata ed integrata.
Le Società
di Trasformazione Urbana, che diversi Comuni stanno costituendo con alcune
prime positive esperienze, devono diventare lo strumento operativo primario
per sollecitare, coordinare e gestire i programmi di recupero e riqualificazione,
realizzando quell’intreccio tra Enti pubblici ed operatori privati,
necessario per consentire maggiore operatività ed incentivare l’afflusso
di risorse private.
Proprio per sviluppare questo ruolo fondamentale delle STU è necessario
però, da un lato, estenderne la costituzione e, dall’altro,
assicurare regole di trasparenza e di partecipazione sia degli operatori
privati che di quelli pubblici, nonchè il coinvolgimento attivo
dell’utenza.
Grande attenzione,
nella definizione dei processi di trasformazione urbana ed attuazione
dei piani di riqualificazione e recupero, va posta, inoltre, allo sviluppo
delle infrastrutture necessarie a garantire mobilità, sicurezza,
servizi adeguati e luoghi di socializzazione e di incontro. In questi
anni la trasformazione e la cementificazione (abusiva e legale) del territorio
ha ulteriormente ridotto questi spazi riservati ai servizi pubblici collettivi,
al verde attrezzato, alle strutture di utilità sociale.
Questo è
il frutto di un meccanismo normativo e di una pratica amministrativa che
relega la determinazione degli standards urbanistici a mera, formale individuazione
degli stessi in sede di formazione dei piani urbanistici generali, senza
una concreta ricaduta in termini attuativi: questa logica va rovesciata,
affermando un nuovo impegno delle amministrazioni locali nella definizione
e contestuale realizzazione, all’interno dei piani di fabbricazione
e di recupero, di una adeguata rete di infrastrutture civili e sociali,
nonché dei servizi pubblici essenziali.
L’attrezzatura delle aree riservate a standards urbanistici non
deve essere un “dopo” che segue l’edificazione nelle
aree di espansione o recupero edilizio: essa deve realizzarsi in termini
contestuali (se non prioritari) all’avanzamento dell’attività
edificatoria residenziale. Se questa contestualità non si realizza,
queste aree diventano spazi di abbandono e di degrado; non luoghi di socializzazione
e di incontro, ma spazi deputati ad un uso marginale ed asociale e ad
una ulteriore occupazione e cementificazione abusiva.
In questo
contesto grande attenzione va riservata allo sviluppo di spazi e strutture,
finalizzate allo crescita di forme di partecipazione, di socializzazione
e di incontro culturale e ricreativo, che contrasti l’attuale tendenza
all’isolamento, alla frantumazione corporativa della cittadinanza.
Infine, tra
le multiformi e variegate questioni urbane che, più opportunamente,
vanno concretamente definite in relazione alle diverse realtà territoriali
va, in questa sede, richiamata l’esigenza di una costante attenzione
all’inquinamento elettromagnetico ed allo sviluppo del verde pubblico.
Il verde nelle zone urbanizzate è l’unico mezzo di disinquinamento
naturale e rinnovabile.
Occorre porsi permanentemente il problema della cura, della conservazione
e sviluppo del verde diffuso; dell’arredo urbano necessario per
rendere concretamente fruibile il verde presente, ma inutilizzato; della
destinazione a verde pubblico di aree resesi libere nelle zone densamente
edificate e della costituzione di grandi parchi a livello intercomunale.
Questo recupero
della centralità della cittadinanza e dei suoi diritti, richiede
un rovesciamento dell’ottica che attualmente caratterizza i processi
urbani: la modernizzazione dell’apparato produttivo impone e determina
la trasformazione degli assetti urbani; la cittadinanza è costretta
a ridisporsi e ricollocarsi a posteriori in aree sempre più impoverite
e marginali.
E’ questa ottica che va prioritariamente ribaltata. Un governo democratico
delle trasformazioni urbane – finalizzato al recupero di ruolo,
identità e vivibilità delle città – è
possibile solo se si assumono come precondizione i diritti di cittadinanza
da garantire e si definiscono a priori le norme di tutela, organizzazione
e sviluppo della residenzialità.
3.3
La fiscalità immobiliare e la prima casa
L’imposizione
fiscale sulla prima casa e, più in generale, la fiscalità
immobiliare, deve corrispondere ad alcuni fondamentali principi: l’equità,
la semplicità, l’utilità sociale.
Per quanto
riguarda i principi di equità e semplicità molto è
stato fatto negli ultimi anni. Siamo passati finalmente da una tassazione
iniqua ed eccessiva, soprattutto dopo l’introduzione dell’ICI
che si sommava alle precedenti imposte, ad una imposizione fiscale che
resta ancora alta e sperequata, ma sicuramente più semplice e meno
abnorme nei suoi contenuti quantitativi.
Ciò grazie alla completa abolizione dell’IRPEF sulla prima
casa ed al superamento dell’INVIM e delle tasse di successione e
donazione.
Sui proprietari
utenti grava oggi, essenzialmente, l’ICI con caratteristiche procedurali
e contenuti economici, però, ancora mediamente alti, sperequati
e adempimenti spesso complessi.
Va contrastata, innanzitutto, la tendenza a scaricare sull’ICI le
maggiori esigenze finanziarie dei comuni, derivanti dalla progressiva
riduzione dei trasferimenti statali: non condividiamo le scelte del precedente
Governo che hanno ridotto significativamente le risorse destinate agli
Enti locali e chiediamo si realizzi, al più presto, una seria riforma
fiscale che sostenga finanziariamente il trasferimento in atto di molte
competenze e funzioni a livello locale.
Non è
condivisibile l’orientamento del precedente Governo a “compensare”
la riduzione dei trasferimenti erariali verso gli enti locali, con misure
(aumento al 10% della rivalutazione degli estimi catastali, revisione
in aumento degli estimi in presenza di semplici lavori di ristrutturazione,
ecc.) di progressivo incremento dei Valori catastali che determinano ingiustificati
aumenti dell’ICI.
Chiediamo all’attuale Governo di abrogare queste norme inique e
di avviare una seria riorganizzazione delle funzioni catastali, che valorizzi
il ruolo centrale dei comuni nella gestione del catasto: il decentramento
ai comuni rappresenta la via maestra per realizzare un costante monitoraggio
delle modificazioni del tessuto urbano e del mercato immobiliare, necessarie
per intercettare ed adeguatamente tassare le ingenti plusvalenze immobiliari,
oggi sostanzialmente esentasse.
I valori catastali vanno sì cambiati, in quanto non rapportati
agli attuali valori immobiliari e sperequati tra le diverse zone censuarie,
ma non attraverso provvedimenti isolati, finalizzati essenzialmente all’incremento
dell’imposizione globale e non ad una equa revisione dei vecchi
valori.
Serve una
seria riforma del catasto, realizzata attraverso un ruolo attivo e primario
degli enti locali, che garantisca, i seguenti risultati:
a)
parità di gettito complessivo dell’ICI sulla prima casa,
dopo la revisione e conseguente applicazione dei nuovi estimi;
b) superamento delle sperequazioni, attualmente esistenti,
tra le diverse categorie di abitazione.
In buona
sostanza, la revisione del catasto non deve servire ad incrementare la
tassazione già alta sulla prima casa, ma a ridurre le iniquità
oggi esistenti tra chi paga poco e chi troppo, in relazione al reale valore
della propria proprietà immobiliare.
Questo, però,
non è sufficiente perchè la tassazione sulla prima casa
deve anche progressivamente diminuire.
Non è accettabile, innanzitutto, che il peso prevalente della tassazione
locale ricada essenzialmente sulla prima casa: è necessaria una
riforma fiscale che ridefinisca e riequilibri il peso della fiscalità
locale, facendola gravare non solo sui residenti, ma sull’insieme
dei fruitori della città.
In secondo luogo occorre avviare una seria lotta all’evasione fiscale,
particolarmente consistente nel settore immobiliare, perfezionando gli
strumenti di accertamento e controllo e, soprattutto, affermando una cultura
della legalità e della solidarietà civile e sociale.
L’effetto combinato del riequilibrio del peso della fiscalità
locale e della lotta all’evasione fiscale può rendere possibile
l’esenzione dall’ICI della prima abitazione, escluso le case
di lusso e di particolare pregio, senza nulla togliere alle esigenze di
bilancio dei Comuni ed al mantenimento di adeguate politiche di assistenza
e sostegno sociale.
Questo processo
di revisione e riforma della fiscalità deve essere sempre attento
al rispetto del principio di semplicità prima enunciato. Un fisco
semplice e comprensibile nelle sue finalità rappresenta lo strumento
migliore per la lotta all’evasione: occorre andare avanti, quindi,
sul terreno della semplificazione del prelievo fiscale; della standardizzazione
della modulistica; della unificazione dei termini di presentazione delle
dichiarazioni e delle variazioni fiscali, nonchè delle scadenze
di versamento degli acconti e dei saldi.
Questa rinnovata
fiscalità deve essere non solo equa e semplice, ma orientata a
determinare, con incentivi e disincentivi, comportamenti e scelte economiche
socialmente utili.
Nel settore immobiliare, relativamente alla prima abitazione, vanno innanzitutto
agevolati ed incentivati gli interventi finalizzati alla manutenzione
e recupero del patrimonio edilizio esistente.
L’APU apprezza, dunque, la riconferma anche per il 2006, della riduzione
fiscale del 41% per i lavori di ristrutturazione edilizia e considera
negativo l’aumento al 20% dell’IVA.
Occorre dare
stabilità a questi importanti strumenti di incentivo delle attività
di qualificazione del patrimonio edilizio, per dare certezze agli utenti
ed agli operatori economici. A tal fine l’APU chiede di:
- rendere
permanente la detrazione IRPEF del 41%, prevista a favore dei contribuenti
che effettuano interventi di recupero edilizio, sia nelle loro unità
immobiliari che sulle parti comuni degli edifici condominiali;
- portare
al 50% la predetta detrazione IRPEF per gli interventi edilizi, riguardanti
misure di adeguamento degli impianti e delle strutture, imposti da normative
sulla sicurezza e sul risparmio energetico;
- prevedere,
in alternativa alle detrazioni IRPEF, per i proprietari utenti esenti
dalla dichiarazione dei redditi, la possibilità di accedere a
mutui agevolati e/o contributi a fondo perduto, che consentano di sopportare
l’onere economico di interventi costosi, spesso imposti ai condomini
da normative pubbliche;
- definire,
a livello europeo, orientamenti comuni che permettano di rendere permanente
l’IVA al 10%, per gli interventi di manutenzione e ristrutturazione
delle case e degli edifici residenziali; l’attuale riconduzione
dell’aliquota al 20% oltre a vanificare in parte gli effetti della
detrazione IRPEF, determina le condizioni perché sia meno presente
l’effetto virtuoso antievasione consentito da una aliquota al
10% che ha contribuito fortemente, in uno con la detrazione, a far emergere
moltissimi interventi realizzati in nero.
3.4 L’acquisto della prima casa
L’acquisto
della prima casa è sempre stato nel nostro Paese uno strumento
importante per agevolare la mobilità territoriale e permettere
un uso migliore del patrimonio esisteste attraverso le permute immobiliari.
Per questo motivo fin dalla propria costituzione l’Apu, insieme
al Sunia, si è posto il problema d intervenire nel settore della
compravendita immobiliare, avviando una campagna di informazione e sensibilizzazione
sul tema e sviluppando una intensa attività, politica e di servizio,
in difesa degli utenti tutti ed in particolare di quelli coinvolti nei
processi di dismissione o cartolarizzazione dei patrimoni pubblici e di
quelli degli enti previdenziali.
Scopo primario dell’azione dell’Apu è quello di migliorare
le attuali scarse garanzie per gli acquirenti, spesso in balia di costruttori
disonesti o di agenzie immobiliari poco trasparenti ed equilibrate nella
loro attività di mediazione.
A tal fine
occorre intervenire con un mix di provvedimenti legislativi e strumenti
operativi, in grado di garantire trasparenza e dare certezze e sostegno
agli utenti nella compravendita immobiliare ed, in particolare, su tre
questioni centrali:
a)
l’adozione di misure di sostegno per agevolare l’acquisto
della prima casa, legato alla mobilità territoriale indotta da
esigenze di lavoro dipendente o di studio, nonché le permute
immobiliari, per agevolare i cambi alloggi e realizzare un uso più
ottimale del patrimonio esistente;
b) le garanzie da fornire agli acquirenti nell’acquisto
di alloggi nuovi od in costruzione da parte di imprese e cooperative
di costruzione;
c) la tutela degli utenti nella compravendita mediata dalle
agenzie immobiliari.
Sul primo
punto, oltre a quanto già detto relativamente alle agevolazioni
fiscali, l’Apu ritiene necessario ridurre le spese notarili e, soprattutto,
garantire un accesso al credito, ordinario e agevolato, più rapido
e meno costoso nelle procedure di accertamento e di erogazione dei mutui:
il comportamento delle banche, in questa fondamentale attività,
è spesso poco attento alle esigenze di chiarezza, tempestività
di erogazione e bassi costi di gestione, espresse dagli acquirenti.
Sul secondo
punto esprimiamo apprezzamento per l’approvazione della legge 210/2004
a tutela degli acquirenti di immobili, a cui abbiamo contribuito con la
nostra iniziativa e le nostre proposte.
Si tratta di una normativa importante, che colma una lacuna della legislazione
italiana rispetto a quella europea, attesa dalle tante famiglie italiane
coinvolte nel fallimento di imprese e cooperative di costruzione.
Il decreto
legislativo 122/2005, emanato dal Governo in attuazione della legge delega,
non ha dato risposte concrete alle speranze di molte famiglie italiane,
in particolare sul tema della fideiussione a copertura delle somme anticipate
dagli acquirenti e su quello della copertura del fondo di solidarietà
a favore delle vittime dei fallimenti pregressi.
L’Apu,
pur esprimendo consenso rispetto alla regolazione del preliminare di vendita
e della convenzione di assegnazione, nonchè alla previsione di
norme di garanzia per i vizi di costruzione, è impegnata a sollecitare
una modifica del decreto legislativo, che agevoli la sua concreta attuazione,
pur sapendo che non basta una buona legge, a garantire una migliore tutela
degli acquirenti.
Questa può
essere effettivamente realizzata solo se le associazioni di rappresentanza
dell’utenza, delle imprese e delle cooperative, si impegnano a costruire
comuni strumenti di gestione operativa delle legislazione.
Queste associazioni devono assumere un ruolo primario, nell’interesse
degli acquirenti e delle imprese sane, nella elaborazione e sottoscrizione
di intese e accordi protettivi che definiscano nel dettaglio:
a)
i diritti e le tutele dell’acquirente;
b) contratti tipo per le diverse fasi del processo di acquisizione/assegnazione
dell’alloggio in proprietà;
c) garanzie sui materiali impiegati, nel rispetto delle normative
sulla nocività e per assicurare una elevata qualità abitativa;
d) verifica e controllo sulla corrispondenza del prodotto finito
a quanto pattuito e sull’assenza di vizi e difetti di costruzione;
e) predisposizione di uno schema concordato di regolamento
condominiale;
f) previsione di strumenti di conciliazione stragiudiziale,
che vedano un ruolo attivo delle associazioni di rappresentanza, nella
definizione bonaria delle controversie che dovessero insorgere tra utenza
ed imprese.
Relativamente
alle nuove regole di tutela sui trasferimenti immobiliari, le questioni
che vanno preliminarmente garantite, per dare certezza alle famiglie sono:
a)
il pieno rispetto delle normative sulle clausole vessatorie, che escludano
tassativamente la loro presenza nella modulistica e nei contratti;
b) regole e controlli che assicurino la libera concorrenza
nell’offerta dei servizi immobiliari e nella determinazione delle
relative tariffe, anche nel rispetto dei pronunciamenti dell’autorità
antitrust;
c) fornitura di una adeguata documentazione sulla qualità
dell’alloggio in vendita (fascicolo di fabbricato ove previsto,
libretti e certificazioni impiantistiche, ecc.);
d) documentazione che certifichi la regolarità edilizia
ed urbanistica delle abitazioni in vendita.
Tutto ciò
si può realizzare non solo con un adeguamento della legislazione
e degli strumenti pubblici di controllo ma anche attraverso un ruolo attivo,
legalmente riconosciuto, delle associazioni di rappresentanza dell’utenza
e degli agenti immobiliari.
Queste associazioni dovrebbero, analogamente a quanto già detto
per regolare i rapporti tra utenza ed imprese, predisporre protocolli
d’intesa, accordi operativi e strumenti di conciliazione che, in
attuazione di una chiara legislazione di tutela degli acquirenti, dovranno
garantire informazione, trasparenza e correttezza di rapporto nei processi
di intermediazione immobiliare.
4.
LA RAPPRESENTANZA, L’ORGANIZZAZIONE, I SERVIZI
La proposta
programmatica prima descritta è alla base dell’iniziativa politica,
nazionale e territoriale, dell’Apu.
Nei primi anni dalla sua costituzione, su tutti questi temi, l’Apu
ha costruito proposte e svolto iniziative pubbliche di confronto con il
Governo ed il Parlamento, le forze politiche e sociali, gli operatori del
settore.
La sicurezza dell’abitare, il recupero edilizio, la compravendita
immobiliare, la conciliazione stragiudiziale sono stati i temi al centro
dell’iniziativa nazionale dell’Apu, con la produzione di materiale
informativo e l’elaborazione di puntuali proposte di riforma legislativa
e nuovi strumenti operativi, necessari per una qualificata gestione di queste
problematiche.
La riforma del condominio, stante la sua particolare valenza per i proprietari
utenti, è stato il tema principale della nostra iniziativa, con la
produzione di opuscoli, l’elaborazione di proposte di revisione dell’attuale
legislazione e la messa a punto di un progetto operativo di gestione condominiale,
finalizzato a garantire nuove regole di trasparenza e partecipazione, nonché
una elevata qualità alle amministrazioni condominiali.
Questa attività ci è stata riconosciuta dalle altre associazioni,
dal mondo degli operatori immobiliari, dalle forze politiche e sociali,
dal Governo e dal Parlamento, che hanno partecipato alle nostre iniziative
pubbliche e ci hanno ricevuto in audizione al Senato, in sede di discussione
delle diverse proposte di legge presentate in materia di riforma del condominio.
La discussione parlamentare, anche grazie alle sollecitazioni promosse dall’Apu,
ha prodotto l’unificazione delle diverse proposte e l’approvazione
in sede referente, nella Commissione Giustizia del Senato, di un testo di
riforma del condominio, che aggiorna la legislazione del Codice Civile ferma
al 1942.
Questo testo, pur avendo recepito molte delle nostre richieste, va ulteriormente
migliorato nel prosieguo del dibattito parlamentare. In particolare riteniamo
che diverse parti dell’articolato vadano meglio precisate e che si
debba assicurare una risposta più congrua alle seguenti fondamentali
esigenze:
a) evitare, anche alle luce del pronunciamento in
merito dell’autorità garante della concorrenza e del mercato,
che il registro degli amministratore di condominio si trasformi in un
Albo professionale di fatto;
b) dare maggiore rilievo alla partecipazione dell’utenza,
garantendo un ruolo adeguato alla figura del consigliere di condominio;
c) riconoscere e normare il ruolo che le associazioni di rappresentanza
degli utenti dovranno avere nelle attività di informazione, formazione
e controllo relative alle amministrazioni condominiali;
d) puntare sulla conciliazione stragiudiziale, prevedendo un
ruolo attivo delle organizzazioni di rappresentanza, per limitare il contenzioso
giudiziario e sviluppare una più alta convivenza nelle relazioni
condominiali;
e) adottare maggioranze assembleari semplificate per le decisioni
riguardanti il recupero edilizio e la sicurezza dell’abitare;
f) assicurare qualità, efficienza e trasparenza alle prestazioni
amministrative, con misure che favoriscano la concorrenza tra gli amministratori
condominiali e forniscano precise garanzie all’utenza;
g) garantire, infine, una maggiore tutela del condominio, nel
suo essere consumatore di beni e servizi, nel rapporto con le imprese
fornitrici, affinché assicurino prodotti di qualità e non
nocivi, nonché impianti installati a regole d’arte.
L’elaborazione
di proposte per rispondere alle esigenze poste dai proprietari utenti
e lo sviluppo di tutte le iniziative necessarie alla loro concreta affermazione
è, certamente, il terreno principale di consolidamento e sviluppo
della rappresentanza dell’Apu.
Terreno principale ma non sufficiente a garantire una corretta e qualificata
rappresentanza degli interessi e dei bisogni dei proprietari utenti: questa
rappresentanza politica deve costantemente coniugarsi con lo sviluppo
di una attività contrattuale e negoziale, fondamentale per trasformare
i risultati dell’azione politica, in risposte concrete alle domande
quotidiane degli utenti proprietari che si rivolgono all’Apu.
In questa
direzione c’è ancora molto da fare sia a livello nazionale
che territoriale, ma alcune prime esperienze segnalano le potenzialità
dell’azione negoziale dell’Apu. Innanzitutto si ricorda, tra
gli altri, il protocollo di intesa con l’Anci, in attuazione della
legge 448/98, sulla trasformazione del diritto di superficie in diritto
di proprietà delle aree di edilizia economica e popolare.
Questo protocollo di intesa ha permesso il raggiungimento di accordi locali
in molti comuni d’Italia, producendo da un lato vantaggi per migliaia
di utenti proprietari e permettendo, dall’altro, una significativa
pubblicizzazione dell’azione dell’Apu sulla stampa e tra i
cittadini interessati.
Il protocollo di intesa siglato con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato
rappresenta, poi, un altro importante strumento che, nella misura in cui
produrrà accordi operativi tra le Apu e le Cna territoriali, fornirà
agli utenti, ai condomini e alle imprese artigiane reciproche certezze,
finalizzate a garantire interventi manutentivi e di recupero di elevata
qualità ed a costi contenuti.
L’iniziativa politica e l’attività contrattuale dunque,
sono i terreni su cui consolidare lo sviluppo dell’Apu sul territorio.
A tal fine
è necessario moltiplicare il nostro impegno teso alla crescita
della rete organizzativa e logistica a livello locale: questa diffusione
sul territorio rappresenta la via maestra per trasformare in risultati
concreti l’iniziativa politica e negoziale; rispondere alle domande
quotidiane di intervento e di assistenza; sviluppare, conseguentemente,
l’adesione all’associazione da parte dei proprietari utenti.
Occorre prestare maggiore attenzione e destinare maggiori risorse alla
costruzione di una presenza Apu, qualificata e diffusa su tutto il territorio
nazionale. Il punto di partenza è positivo tenendo conto, peraltro,
che non si è sviluppato il contesto originario (la Confederazione
dei Consumatori e degli Utenti) dentro il quale anche Apu doveva crescere:
malgrado ciò l’Apu è presente in tutte le aree metropolitane
ed in numerose città di provincia.
Da questo dato occorre partire per rilanciare la diffusione dell’Apu
sul territorio, sia in termini di iniziativa politica e contrattuale che
di una qualificata rete di servizi all’utenza.
I proprietari utenti, sempre più numerosi si rivolgeranno a noi,
se saremo in grado di consolidare la presenza dell’Apu nel mondo
dell’associazionismo e di rispondere alle domande di informazione,
assistenza e consulenza su tutte le problematiche (fiscali, condominiali,
di supporto tecnico e legale) che a noi si rivolgono.
Tutti questi
elementi (iniziativa politica, capacità negoziale, diffusione sul
territorio, qualificata rete di servizi) dovranno coesistere per fare
dell’Apu un’associazione di rappresentanza forte non solo
per il numero dei propri associati, ma anche per l’originalità
e peculiarità (rispetto alle attuali associazioni della proprietà
immobiliare) della sua presenza, nel variegato mondo della rappresentanza
dell’utenza nel nostro paese.
Elemento centrale di questa peculiarità dovrà derivare da
una chiara collocazione dell’Apu nel contesto, sociale e culturale,
dell’associazionismo democratico e progressista.
Collocazione non dettata, peraltro, da una scelta di campo ideologica
e centralista, ma conseguenza naturale della nostra origine e della nostra
rappresentanza primaria, data dalle famiglie che hanno acquisito la proprietà
della casa attraverso la cooperazione o la vendita degli alloggi pubblici
e degli enti previdenziali.
A partire da questa rappresentanza popolare, dobbiamo allargare la nostra
aggregazione a tutte le famiglie che abitano la casa di loro proprietà.
Queste famiglie non sono portatrici di interessi moderati e conservatori,
ma al contrario esprimono una cultura democratica e progressista, attenta
alle esigenze di sviluppo solidale e sostenibile, di equità sociale,
di qualificazione edilizia, urbana ed ambientale delle nostre città.
5.
UNA RAPPRESENTANZA UNITARIA DELL’UTENZA CASA
Una rappresentanza,
quindi, interessata non solo alle proprie esigenze corporative, ma aperta
ad un confronto positivo con tutti gli interessi diversi, spesso contrapposti,
che si esprimono in una società complessa, qual è oggi la
società italiana.
Questa complessità sociale, caratteristica peculiare delle società
moderne, può essere positivamente governata solo se le diverse
istanze sociali ed i diversi interessi, ancorchè autonomamente
rappresentati e tutelati, sono da un lato formalmente riconosciuti e,
dall’altro, equilibratamente considerati, nell’ambito di una
efficiente e democratica gestione della cosa pubblica.
Questa esigenza
generale determina che anche le associazioni di rappresentanza di interessi
specifici e corporativi, non possano limitarsi ad una azione propagandistica
o di mera denuncia dei bisogni rappresentati: anch’esse hanno l’obbligo
democratico di ricercare il soddisfacimento di questi bisogni all’interno
di una equilibrata risposta all’insieme delle domande e dei bisogni,
che si esprimono nelle moderne società postindustriali e globalizzate.
Da queste considerazioni scaturisce l’esigenza per l’ APU
di:
- arricchire
costantemente la sua capacità di azione contrattuale, quale via
maestra per assolvere le domande dei proprietari utenti, in un contesto
di negoziazione e permanente confronto ed attenzione alle altre domande
che si esprimono nella società civile;
- ricercare
forme di incontro e di sintesi, politica ed organizzativa, con le associazioni
che, pur esprimendo esigenze diverse e provenendo da esperienze diverse,
non hanno interessi in contrasto con quelli rappresentanti dall’APU;
ciò per rafforzare la comune rappresentanza e realizzare tutte
le possibili sinergie organizzative;
- costruire
una forte relazione, politica ed organizzativa, con il mondo del lavoro
dipendente ed in particolare con la CGIL; pur mantenendo la nostra piena
autonomia, il rapporto con la CGIL va sempre più consolidato
sia sul versante dell’iniziativa politica che su quello organizzativo.
L’adesione
dell’Apu alla costituzione della Confederazione dei Consumatori
e degli Utenti è stata la risposta concreta alle esigenze su esposte.
Riteniamo, quindi che questo progetto non sia da abbandonare, malgrado
le difficoltà che, di fatto, ne hanno bloccato il lancio e la sua
affermazione.
E’
in questa prospettiva che si colloca il progetto di costituire una Federazione
degli utenti casa che federi la rappresentanza degli inquilini (SUNIA)
e quella dei proprietari utenti (APU).
Essa rappresenta per l’APU una tappa intermedia ed un passaggio
propedeutico verso la costituzione di una ampia Confederazione degli utenti
e dei consumatori: la globalizzazione dei mercati e delle economie, impone
all’associazionismo democratico, pur nel rispetto delle diversità
e delle reciproche autonomie, processi di incontro ed iniziative unitarie
per fronteggiare i nuovi compiti e rappresentare i bisogni degli utenti
e, più in generale, della cittadinanza in questo nuovo contesto
globalizzato e sovranazionale.
La Federazione utenti casa, dunque, è un punto di partenza per
la costruzione di una rappresentanza unitaria degli utenti e dei consumatori:
l’APU auspica che a questo progetto si uniscano, in tempi brevi,
altri soggetti, superando le tendenze, oggi spesso presenti, ad una contrapposizione
tra le associazioni democratiche motivata essenzialmente dall’esigenza
di “coltivare il proprio orticello”.
La costituzione
della Federazione utenti casa, che già da oggi produce una stretta
cooperazione politica ed organizzativa tra il SUNIA e l’APU, è
motivata dunque dall’esigenza di rendere più forte la difesa
dei diritti, sia degli inquilini che dei proprietari utenti, nel loro
vivere quotidiano la casa e la città.
Gli inquilini
ed i proprietari che vivono nella casa di proprietà, non esprimono
interessi contrastanti, ma convergenti: entrambi soffrono della scarsa
qualità e trasparenza delle gestioni condominiali; entrambi sono
interessati alle problematiche di sicurezza e qualità dei fabbricati
e dei relativi impianti; entrambi vivono negativamente le carenze delle
infrastrutture e dei servizi sociali nei quartieri nei quali abitano;
entrambi soffrono della scarsità di verde e di spazi attrezzati
per l’incontro e la socializzazione, in particolare dei bambini
e degli anziani.
Non ha senso
rappresentare questi comuni interessi con strutture ed attività
separate: ecco perché il SUNIA e l’APU hanno deciso di federarsi
senza rinunciare, evidentemente, alla rispettiva autonoma rappresentanza
degli interessi diversi che gli inquilini ed i proprietari esprimono.
La Federazione utenti casa sarà, quindi, la casa comune che assumerà
la tutela del diritto all’abitare, rappresentando e difendendo gli
interessi di tutti gli utenti del bene casa.
Uniti saremo
più forti nel portare avanti le nostre battaglie:
- per condomini
con servizi migliori, regole chiare e buoni rapporti civili e sociali,
tra gli utenti;
- per fabbricati
nei quali si possa vivere in sicurezza e con buoni standard edilizi
ed impianti efficienti;
- per quartieri
ben collegati al centro della città e servizi (scolastici, ricreativi,
di sicurezza, ecc.) di buona e qualificata fruibilità;
- per città
liberate dal traffico e dell’inquinamento atmosferico; recuperate
e ristrutturate nel patrimonio immobiliare del centro e delle periferie;
messe in grado di garantire un’elevata qualità della vita
ed i fondamentali diritti di cittadinanza.
Roma 5 luglio
2006
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